racconti/esempio proposti per un confronto:

Albeggia. Sul cielo azzurro cinereo d'una dolcezza triste e profonda, curvato sull'immenso paesaggio silenzioso, passano sfiorando larghi meandri di un rosa pallidissimo, via via sfumanti nell'orizzonte ancora oscuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, s'inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate d'ombra, selvaggie e deserte. Non un casolare, un albero, una greggia, una via.
Solo viottoli dirupati, muricciuoli cadenti coperti di musco giallo, un rigagnolo dalle acque color di cenere stagnanti fra giunchi di un verde nero desolato, e bassi roveti, estese macchie di lentischio le cui foglie riflettono la luce cilestrina dell'alba. Dietro, sull'altezza bruna del nord biancheggiano grandi rupi di granito grigio e la cinta di un cimitero.
La croce nera disegnata sul cielo sempre più roseo, domina le vallate deserte: e pare l'emblema del triste paesaggio senza vita stendentesi silenzioso
Sotto il bagliore ardente della meriggiana la cantoniera bianca dal tetto rosso, tace, dorme: le finestre verdi guardano pensose sullo stradale bruciato dal sole, e giù dal cornicione di un turchino slavato calano frangie d'ombra d'una freschezza indescrivibile. Lo stradale bianchissimo, disabitato, dai mucchi di ghiaia sprizzanti scintille al sole, serpeggia per una vasta pianura coperta di boschi di soveri.
In lontananza, alte montagne a picco, velate di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo l'orizzonte infuocato. Sotto l'aria ferma, irrespirabile, nello splendore piovente dal cielo di metallo, i soveri nani, lussureggianti, proiettano corte penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, tappezzati di borraccine morbide come peluche. Una fanciulla è coricata appunto su uno di questi massi, supina, le braccia e le gambe semi-nude.
La sua persona esile e ben fatta spicca sul verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori rossi di broccato del suo corsetto un po' lacero sanguinano nella penombra del bosco. Nel caldo asfissiante del meriggio, nel costume consunto e misero, stuona meravigliosamente la carnagione della fanciulla, di una bianchezza fenomenale, tanto più che sotto il fazzoletto giallo si vedono dei capelli nerissimi, e sotto le palpebre stanche due occhi di un nero-cenerognolo foschi e impenetrabili. Chi è? Impossibile saperlo: ella non fa il minimo movimento nel languore spossato del caldo, e forse sogna, forse dorme, bianca e silente come la cantoniera vicina, sotto il bagliore ardente della meriggiana.

III
Il sole tramonta: dal villaggio in festa giunge un rumore confuso, vago e lontano, sino alla stanzetta tranquilla della casa del contadino.
La finestra è aperta sul poggiuolo di mattoni crudi su cui tremola alla brezza del tramonto una povera pianticella di basilico, che pare sorrida anch'essa, benché sola e dimenticata, fra la letizia dei casolari neri e del cielo d'oro. Oh, i luminosi orizzonti! La vallata verde circonda il villaggio, e la vegetazione in fiore olezza e risplende fra la nebbia ignea del sole al declino. Dal piccolo poggiuolo di mattoni crudi si domina una viuzza strettissima e altre casette piccine, annerite dal tempo, i tetti muschiosi, via salienti sino al vecchio maniero spagnuolo, la cui facciata di stile moresco rosseggia in viso all'ovest, gli spalti cadenti perduti fra gli splendori del cielo, come il ricordo della triste dominazione aragonese nella luce dei nuovi tempi. Nella casetta più vicina al poggiuolo la porticina nera è chiusa, ma al di fuori sta appesa una corona di fichi diseccantisi e sul davanzale della finestruola un gatto dalla schiena tutta abbruciacchiata contempla solennemente sulla via, dove passa solo una donnina in costume, dal viso color di rame, allacciandosi bene il corsetto di panno giallo e di velluto viola cesellato. Dentro la stanzetta del poggiuolo un giovine, anch'esso in costume, piglia il caffè. Ha posato la chicchera verde sulla cappa di una specie di vecchio camino, e ritto dando le spalle alla finestra, beve a centellini la prediletta bevanda.
È malato, ma sul suo viso biondo, pallidissimo, da convalescente, sta dipinta un'intima voluttà, il benessere di chi si riaffaccia pieno di speranza alla vita, dopo una lunga malattia. Il letto di legno, dalle coperte di percalle a fiorami arabeschi, basso e duro ma con una fisionomia tranquilla, tipica, diremo quasi sonnolenta, le sedie grigie, il rozzo guardaroba rosso, la cassa nera di legno scolpito a strani fiori e animali antidiluviani, la tavola coperta da un tappeto bianco, adorna di vassoi e chicchere, tutto sorride intorno al giovine contadino convalescente, nella pace beata della povertà felice, nella luminosità del tramonto di rosa. In alto, sulle pareti tinte di calce, una innumerevole fila di quadretti a vivi colori scintillano soavemente nel polviscolo d'oro, e i vecchi vetri della finestra ardono come lastre di orpello al riflesso del sole che tramonta.

IV

E cade la notte! Nella chiesa miracolosa, nel famoso santuario ove la folla immensa è passata senza lasciare traccia alcuna, la penombra si addensa, livida, fredda e piena di mistero.
In fondo, dai finestroni bizantini, piove un acuto albore azzurro sul pavimento di mattoni a mosaico il cui smalto ha vaghi riflessi d'acqua stagnante: in alto, sull'altare bianco, una lampada di cristallo vermiglio spande tremoli chiarori rossastri che scendono e salgono sui fiori pallidi, sui candelabri dorati, sulle colonnine doriche di diaspro della nicchia coperta da un panneggiamento cereo a marezzi azzurri, di damasco.
Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici di romanzi e di drammi immani o pietosi, gioielli d'oro e d'argento, stupende membra di cera, mani di vergini cristiane di una suprema e morbida soavità, e colli bianchissimi ed eleganti da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e polverose. Qui ancora troviamo una fanciulla, ma non è più la popolana sopita nel meriggio del bosco. È signora: vestita di bianco, inginocchiata sui gradini dell'altare, la fronte sulla balaustrata, le mani strette convulsivamente una con l'altra nel fervore della preghiera.
Le pieghe morbide del suo lungo vestito dalle alte maniche alla Margherita di Valois, cadono al suolo con abbandono artistico da statua, e biancheggiano soavi nella penombra rossastra della lampada notturna.
Il volto pallido della fanciulla, i grandi occhi castanei e profondi esprimono una disperazione straziante, cresciuta dalla tetra melanconia del crepuscolo morente. Oh, qual grazia chiedono mai quegli occhi al santo miracoloso nascosto dietro la cortina di damasco come un re orientale? Ecco, ella s'alza al fine, e uscita sulla spianata si ferma immobile davanti al parapetto che guarda nella valle.
Sul cielo tinto di croco e di smeraldo si elevano i monti neri e la luna spunta fra le loro creste frastagliate. La rena della grande spianata scintilla ai primi raggi della luna, e il villaggio si profila laggiù, fra le agavi grigie e i pioppi argentei della valle, mentre il santuario spicca sul cielo violaceo del nord, coi due grandi finestroni bizantini che paiono due strani occhi di bronzo smaltati al riflesso dell'oriente fatto splendido dall'alba della luna.
Dietro, le terre di mezzanotte, immense campagne opime, valli dirupate in cui rugghia il torrente, e montagne sulle cui cime domina la leggenda, si stendono vaghe e indistinte come un sogno, nella luce vaporosa dell'ultimo crepuscolo, e i forti borghi solitari riposano fra i lentischi cinerei della pianura o su i greppi neri delle rupi scoscese.
La fanciulla bianca guarda al nord, e grandi visioni misteriose, sogni arcani e profondi le attraversano gli occhi pensosi perduti nell'estrema lontananza; e il suo volto pallido, il suo vestito marmoreo paiono d'argento nella nivea luminosità della luna sempre più bianca e fulgida a misura che cade la notte.

V

Nell'alta notte plenilunare tre cavalieri passano al galoppo attraverso il sentiero delle montagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo silenzio del paesaggio sublime.
Lontano, le nuvole salgono dal mare di madreperla sottilmente pennellato nell'estremo orizzonte, salgono lente sul cielo d'orpello del plenilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco dell'infinito.
Sulle cime delle alte montagne rocciose la neve disegna un profilo iridato, fantasmagorie marmoree e miniature d'oro degne dei versi d'Heine, ma le quercie annose fremono al vento di tramontana che susurra tetre leggende e storie di sangue fischiando fra le gole dirupate e le grotte di granito. Il sentiero asprissimo attraversa tortuoso le rupi immani e i macigni neri che assumono fantastiche forme di torri gotiche rovinate e di dolmen coperti d'edera e di rubi, reso più pericoloso e pittoresco dalla luce della notte. Sotto il bosco i raggi della luna piovono a fasci, come getti di diamanti, proiettando aurei arabeschi e damaschinature orientali sulle felci bionde ondulate dal vento: attraverso le quercie brune il cielo lunato ha un aspetto così incantato coi suoi gemmei splendori che richiama al pensiero i cieli impossibili delle novelle da fate; e i ciclamini, i verbaschi, l'usnea dei tronchi impregnano l'aria d'un acuto profumo da foresta tropicale. Oltre i tre cavalieri che attraversano il sentiero, neri, muti, avvolti nei loro cappotti bruni dal cappuccio a punta, come cavalieri erranti da epopea medioevale, un piccolo mandriano con la sua greggia popola ad un tratto la solitudine infinita delle montagne. Seduto sotto una rupe, insensibile al vento che fischia nel limpido plenilunio, guarda le pecore pascolanti nella notte chiara, intento al loro tintinnio monotono e melanconico vibrante fra i burroni erbosi e le pietre muscose, fra le eriche selvaggie e i tronchi divelti dalla procella.
Il piccolo mandriano è brutto, il volto oscuro come l'albagio del suo ferraiuolo, ma nei suoi occhi cuprei dal bianco azzurrino e l'iride piena di un languore profondo, splende un raggio pensoso che è tutta una rivelazione: forse il piccolo pastore è già poeta e nell'interno della sua mente vergine e selvaggia come le montagne rocciose su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta più che qual siasi artista colto e fine la poesia ineffabile, piena di voluttà sovrumane e spirituali; del silenzio azzurro dell'alta notte plenilunare.

Racconti svolti (li inserisco man mano che mi arrivano)

Racconti Cielo – 15/10/2006

Bianca

In una splendida giornata di fine settembre viaggiavo lungo il litorale del levante in compagnia di un amico, stavamo godendo il panorama sull’arenile ormai spoglio da ombrelloni e sdraio, seguito da quella distesa d’acqua che bagna terre tra loro contingue; al largo s’intravedevano qua e la dei triangoli bianchi di piccole vele che sembravano ferme da quanto il mare era calmo e tranquillo, l’orizzonte pareva più lontano del solito, si univa al cielo quasi diafano, il sole splendeva ormai alto e fulgido.
Nell’ammirare quel naturale spettacolo a bocca aperta per lo stupore che ci trasmetteva la trasparenza di quella volta celeste sopra di noi ci siamo trovati fermi ad un semaforo.
Mi accorgo che passa il tempo e il verde non scatta, spengo il motore convinta di essere ad un passaggio a livello.
Appena riparto mi accorgo che si imbocca una galleria e fuori leggiamo che il semaforo scatta ogni 20 minuti; è un traforo nella montagna grezza, dove passa appena un’auto, non ci sono luci e sinceramente non è stato troppo piacevole passare di colpo dalla luce vivida all’oscurità che ci impediva di capire oltre a non vedere; ho rallentato, acceso i fari anabbaglianti e ancora quelli più alti, mi pareva di essere finita in una caverna tenebrosa, ho continuato ad andare avanti a tratti più moderata, a tratti meno, c’era una curva e poi un’altra, tiravo su i finestrini e subito li riaprivo.
Devo ammettere che provavo affanno e angoscia, mi ero pure dimenticata di essere in compagnia; quando all’improvviso il mio compagno di viaggio dice:”Anch’io ci sto male, ma se vai più veloce arriviamo prima alla luce” e così feci.
Finalmente fuori, una lunga espirazione liberatoria, uno sguardo, un sorriso, una stretta di mano per aver rivisto quello spazio libero e aperto che ci rincuorava.
Siamo a Deiva Marina, accosto l’auto e scendiamo, è doveroso fare quattro passi; mi giunge spontanea una riflessione: “Così è la vita a volte si attraversano periodi bui, stretti, ma poi tornano ancora la luce e così via all’infinito”.
In quel tratto il mar ligure si adagia tra una scogliera alternata a sabbia, dove quel giorno accoglieva le delicate onde che battevano sugli scogli.
Alziamo contemporaneamente gli occhi e scorgiamo sopra di noi due gruppi di tondeggianti e nebbiose nuvolette un po’ a strati che il cielo aveva disposto a lato di ciascuno di noi: ” Ecco i nostri pensieri”.
Quasi subito vengono attraversate dai raggi del sole che s’infiltrano, e mentre dissolvono quei cirrostrati di nuvole tutti (buzzillanti?) ci raggiungono; repentinamente mi sono sentita rianimata, pronta a correre scalza lungo la risacca a lanciare sassolini in mare e gareggiare a chi fa più cerchi.


Grazia

La prima cosa che faccio il mattino apro la finestra e guardo il cielo per vedere se sarà una bella giornata.
Se ci penso è molto strano in fondo cos’è il cielo un profondo niente con sole stelle luna nuvole che galleggiano lassù praticamente nel nulla. Profondo e immenso nulla. Nulla che cambia in continuazione e a seconda del colore determina il mio stato d’animo posso essere felice solo guardando il cielo certo è che non posso toccarlo forse è proprio questo che lo rende ancora più affascinante non è come la terra o l’acqua


Anna

Mi è caro rallentare la corsa le sera quando il giorno invecchia e le nuvole del tramonto danno un nuovo respiro al cielo.
Vorrei fermare quell’attimo che anima di figure nuove il tramonto.
Quwlla notte lontana è successo, pacificata da una giornata finita per una volta in armonia con me stessa, ho chiesto al flusso di vedere il cielo stellato nella totale oscurità e, non saprò mai per quale magia, ciò è avvenuto.
Come in un momento di sospensione il desiderio è stato esaudito e in quel momento mi è stato caro rallentare la corsa.


Elisa

Seduta all’ombra di un ciliegio, assaporavo i contorni della luce frastagliata dalle foglie.
Ondeggiava il cielo sopra di me come, d’altronde, anche io ondeggiavo in quei giorni.
Mi stavo proprio paragonando a questo esserci e non esserci dell’azzurro che mi sovrastava.
Mi dicevano fossi umorale, inattendibile, imprevedibile. Connotazioni negative a parer loro.
Le nuvole correvano veloci come se fossero rincorse a loro volta e la loro trasformazione rapida mi portava ai miei stati d’animo che mi facevano reagire ed agire senza quasi pensare.
Ma le nuvole pensano?
Mi stava piacendo questo sentirmi nuvola, mi sentivo quasi nobilitata e meno sola.
Mi affezionavo ad una di loro e la seguivo con lo sguardo finchè potevo, irritandomi quando si sfilacciava fino a mischiarsi col il resto. Traditrice!!
Che compromessi sono mai questi!
Ne cercavo una un po’ più attendibile, che mantenesse più a lungo la sua specificità.
Ad un tratto compresi che stavo proprio agendo con le nuvole, esattamente come gli altri agivano in quel periodo con me.
Chiedere ad una nuvola in cielo di essere attendibile è come chiedere ad una donna di rimanere sempre uguale.
Alzandomi, afferrai al volo un ciuffo di ciliegie e me le ficcai in bocca tutte insieme, sputando i noccioli più lontano che potessi, ridendo.


Attilio

La presenza del cielo (15/X/06)

Non era mai stato metereopatico. Aveva osservato che poteva esserci una giornata con un sole smagliante e un cielo senza nuvole, eppure sentirsi da cani. O una giornata senza un raggio di sole e un cielo totalmente grigio, eppure sentirsi carico di gioia vitale. Non c¹erano, aveva concluso, belle giornate o brutte giornate in base al tempo atmosferico. Ogni giornata era diversa e basta. Quello che contava era il suo stato interiore e anche quello, nell¹arco delle ventiquattro ore, poteva mutare. Era lui, insomma, che faceva il bello o il brutto tempo.

C¹erano comunque delle considerazioni di natura eminentemente pratica. In una giornata di sole e senza vento poteva permettersi di andare a fare una nuotata in mare anche d¹inverno. E una giornata con il cielo coperto in piena estate poteva offrire un benvenuto intervallo al corpo e in particolare agli occhi stanchi di troppo calore e di troppa luce.

Al di là di tutto ciò rimaneva l¹osservazione neutrale del cielo. Da quando si svegliava fino al momento di andare a dormire il cielo era oggetto della sua curiosità. Al mattino presto, la presenza o no di nubi poteva determinare la sua pianificazione del giorno. Ma poi, finita la valutazione pragmatica, subentrava il puro godimento estetico del cielo e delle sue luci con il passare delle ore.

Ogni momento era buono per ammirare la vastità aperta al di sopra della terra: mentre camminava, mentre mangiava, mentre guidava e anche mentre lavorava. Lui era sempre lì, un amico fedele, anche quando vomitava lampi e pioggia scrosciante. Quiete e movimento. Come dio.

Altro che metereopatia! Semmai una trascendenza sempre a portata di occhi. E se fosse diventato cieco, rifletteva, sarebbe stato bello immaginare giorno, dopo giorno, la dolce perenne impermanenza.

Patrizia

Anno 1980, 16 anni appena compiuti, arriva di corsa, come sempre, il treno è in ritardo, un respiro, rallenta il suo ritmo, si dirige verso i binari, il sangue le pulsa ancora in testa.
Spalanca la vecchia porta a vetri e davanti ai suoi occhi uno spettacolo inaspettato: rosso, aranci, azzurro; i colori l’avvolgono, l’affanno sparisce e rimane inebetita a guardare.
Il Sole sale lento, la Luna e Venere si posizionano alla sua destra: dimentica chi è.
Poi un rumore assordante, una lastra di ferro enorme e grigia si posiziona davanti ai suoi occhi; sale, si siede con le sue pupille ancora sature di quei colori.

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C’era una volta una piccola nuvola sola in mezzo ad un cielo grande, azzurro e terso, ad un tratto si alzò un forte vento e la piccola nuvola cominciò a correre veloce.
In un attimo arrivarono altre nuvole, erano tantissime, non riusciva a contarle erano come i numeri: infinite.
Alla piccola nuvola cominciò a girare la testa, voleva conoscerle tutte, le sembravano bellissime portatrici, ognuna di una grande conoscenza.
Le osservò con attenzione, avevano tutte una forma diversa e pensò: “se divento come loro, se prendo la stessa forma sarà più facile conoscerle” .
E così cominciò a trasformarsi e a parlare.
Parlava e si trasformava si trasformava e parlava.
Il vento si fermò.
Intorno tutto taceva e lei sembrava non accorgersene (occuparsene).
La piccola nuvola stremata e frastornata cercava ancora di fare il punto della situazione, di analizzare e catalogare tutto quello che aveva udito.
Intorno tutto taceva.
Finalmente si fermò i suoi occhi ricominciarono a vedere e videro il cielo che si mescolava al mare.

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SILVIA
11 GENNAIO 2007

IL CIELO

“ Oh cielo !!!” era così, era la sua maggior manifestazione di disappunto, di rabbia, di orrore.

“ Oh cielo !!!” Vilma era così, poteva crollarle il mondo addosso

e farla a pezzettini, che dalle sue labbra scappava un “ Oh cielo !!!”.

In effetti due pezzettini di cielo li aveva anche negli occhi e regalavano al suo sguardo quella stessa sensazione di profondità imperscrutabile, di serenità, di trasparenza che ti pervade quando ti lasci attirare dalla profondità del cielo azzurro con magari qualche ricciolo bianco che attira il tuo sguardo fino a seguirlo nella sua corsa.

Da bambina rimanevo ore a guardare il cielo, ogni nuvola diventava

Un personaggio e tutte le nuvole interagivano tra loro e cambiavano

In continuo, dando origine a storie affascinanti.

E che storie inquietanti quando il cielo si colorava di tutte le tonalità

Di grigio dall’appena bianco sporco fino quasi al nero. Spesso i nuvoloni neri prendevano le sembianze delle suore francesi delle mie scuole elementari con i loro cappelloni neri e le loro movenze scivolose e i tuoni che scaturivano dal loro incontro erano proprio simili alle loro urla e da un momento all’altro ci si aspettava che un bel fulmine ci cuccasse in pieno.

Certo il cielo è il primo che saluto al mattino ed è il primo che mi augura una buona giornata.

E che dire del cielo stellato di ieri sera quando tornavo a casa dalla mia pratica di yoga, ho girato gli occhi verso l’alto ed ho avuto la sensazione di essere circondata da una coperta di velluto nero( tipo quella di Linus ) ricca di strass luccicanti che mi avvolgeva con tenerezza ammantando alberi e campi di quiete, calma, riposo.

Che grandiosa sensazione !!!

Ehi !! Vilma !! la gatta ha fatto cadere il vassoio con bottiglia e tre bicchieri, è un disastro !! : “ Oh cielo” !!!

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Cielo a pezzi (12/1/07)

Fu la prima cosa che osservai appena entrato nella cella. Quella che sarebbe stato generoso, se non ridicolo, chiamare finestra e ingiusto descrivere come uno spioncino. Sapevo che nelle lunghe ore di solitudine sarebbe stato l¹unico contatto diretto con il mondo esterno.
Fu attraverso quest¹apertura, coperta da un vetro non proprio immacolato e suddiviso in nove parti da quattro sbarre sottili, che ripresi e approfondii la mia amicizia con il cielo. Non potevo essere che con lui. Infatti, visto che quella misera, seppure adorata, finestrella, era posta in alto, la terra non potevo assolutamente vederla.
Non ero mai stato un grande aficionado della TV e quindi, diversamente da tanti altri compagni di sventura lì dentro, non mi mancava molto. Il cinema molto di più. Guardare il cielo spezzato in nove pezzi era diventato, poco a poco, il miglior spettacolo che mi concedevo là dentro. Inizialmente avevo temuto di annoiarmi, ma non fu così.
Studiavo non solo i cambiamenti atmosferici, ma anche le luci e i colori nel corso della giornata. Se il tempo era stabile e quindi non c¹erano variazioni nel tessuto del cielo, le luci e i colori mi raccontavano il passaggio del tempo. Era questo il mio orologio naturale, molto più dolce di quello imposto dagli uomini, attraverso la precisione militare della vita di prigione.
Ma il film più bello era quello dei giorni venyosi e carichi di nuvole. I fotogrammi bianchi o grigi o neri si succedevano senza posa ed io mi perdevo in essi.
E quando contemplavo il cielo mi dicevo che era lo stesso sopra le teste deglu uomini liberi là fuori, anche se ritagliato e fatto a pezzi. In compenso io avevo tanti più tempo per ammirarmelo.
Prima di uscire per sempre da quella cella, ormai anch¹io di nuovo uomo libero, diedi un¹ultima occhiata al cielo attraverso le sbarre. Fu uno sguardo affettuoso, grato quasi. Come spesso avviene nella vita, c¹è il pericolo d¹affezionarsi alle proprie gabbie.

Attilio




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Cielo a partire da gennaio si sono ripresi in mano i racconti e confrontati con il presente. Si è scritto un nuovo racconto.