Racconti esempio/confronto:

Una giornata in fuga dall’ufficio, come quelle rare che riesco a ritagliare a fatica nella mole di lavoro che assedia la mia vita.
Il motore romba costante sulla strada solitaria di questo giorno di marzo baciato da un sole timido, quasi primaverile.
Ormai non manca molto per giungere alla piccola casa in riva al mare che il nonno costruì nel cinquantatré tra dune deserte, luogo una volta solitario ed ormai tale solo nei mesi più freddi dell’inverno.
Tutto intorno, di là della strada costiera, file interminabili di nuovi edifici hanno sconvolto l’aspetto naturale di quel tratto di terra.
Solo verso la spiaggia, verso il mare tutto è come un tempo.
Amo il mare d’inverno, i pensieri viaggiano nel vento, a cavallo delle onde scroscianti e scure, in un senso leggero d’abbandono mistico, che ricarica l’anima lacerata e stanca.
In un attimo parcheggio l’auto fuori del cancello, lo apro e dirigo il mio passo verso la panchina di pietra del giardino, immersa fra aiuole d’oleandri e palme, traboccanti d’infestanti e abbandonati all’oblio della stagione.
L’atmosfera è imbevuta di luce e di calore inatteso per questo periodo dell’anno.
Seduto in quell’angolo del giardino, ove si frange l’assalto del vento, tolgo la giacca e chiudo gli occhi; il pensiero si dissolve in uno spettro variopinto di sensazioni fisiche di liberazione.
I raggi sembrano arrivare diritti al cuore attraverso la barriera permeabile della mia pelle, il confine stellare fra me ed il resto dell’universo, fra il mio tempo e quello scandito dagli orologi atomici.
Respiro profondamente l’aria frizzante e intrisa di salsedine, con quel senso di profonda gratitudine per essere al mondo, che giunge, come un fremito d’ali di farfalla, da dietro lo stomaco ed è capace di liberare la mente e i suoi pensieri, in un volo radente sulla superficie del mare.
Guardo la spiaggia di sabbia bianca modellata dal vento, in una verginità ritrovata.
In lontananza, una sottile linea di denso fumo si alza dalla sommità di una torre.
La lieve risacca rompe un silenzio insostenibile. Il sole non da tregua, né la rada vegetazione offre riparo dalla calura. L’acqua sulla battigia riverbera come cristallo.
All’orizzonte, mare e cielo si fondono in un unico movimento, abbracciato dalle ali aperte di un gabbiano che veleggia solitario nella brezza marina.
Il sudore scivola sulla fronte, s’insinua tra le sopracciglia e brucia i miei occhi stanchi e consumati di luce.
L’armatura pesa, il cuoio delle cinghie scricchiola ad ogni passo ed il tintinnio del metallo si confonde col galoppo furioso del mio cuore in tumulto.
Un frisone dalla lunga criniera mi segue a testa bassa, impolverato e fiero.
Sono giorni che vago per questa terra arsa e solitaria.
Ho perso le ragioni del mio essere qui… il papa, il re e i miei doveri di vassallo …
Gravi e sussurrati si levano i richiami della mia terra, dall’altra parte del mare, ove scorrono allegri e freddi i torrenti di montagna ed il verde dei boschi si perde gradatamente nelle valli ondulanti di grano immaturo.
Dov’è il Dio, per cui tutto questo è stato compiuto? Rivedo lo sguardo di quelli che ho incontrato in questo viaggio in Terra Santa, quello di coloro che ho combattuto e hanno visto la loro fine disperata dipingersi nei miei occhi grigi.
No, non giungerò vicino alla torre, né rischierò un dardo dai suoi custodi, prima di essere giunto a Gerusalemme ed aver pregato sul Santo Sepolcro, per lavare tutto questo dolore. Il sangue lambisce ormai i basamenti del Tempio. E’ tempo che le spade rimangano nei foderi.
Il vento agita i capelli lunghi, venati di bianco che dal capo scoperto si poggiano ribelli sul mantello di lana sottile, riverso sulle spalle, dono di mia madre al tempo della partenza.
Ho giurato sull’anima di mio padre di tornare a rivedere i suoi occhi lucidi di pianto, prima che il suo tempo o il mio siano compiuti.
Una minuscola sagoma nella calura tremolante si muove verso di me, affondando i piedi nudi nella sabbia con passo leggero e danzante. I veli neri che avvolgono la sua figura di donna battono nel vento crescente del meriggio.
Tra le mani la cinghia di un piccolo otre di pelle scura, da cui tracima un filo d’acqua, che la foga del vento disperde in mille gocce, segnando il suo percorso.
Mi fermo sotto un’acacia e fisso il suo viso celato dietro un velo sottile, variopinto, sempre più nitido ad ogni passo.
I suoi occhi scuri mi guardano sorridenti e curiosi, la fronte liscia e bianca pare quella di una bambina, che la fatica delle greggi non ha ancora toccato.
Un passo la separa da me, mentre solleva le braccia adorne di tintinnanti monili e con le giovani mani mi offre l’otre, gorgogliante di preziosa acqua di pozzo.
Non una parola, solo il vento e i suoi occhi ridenti e i miei.
Afferro il piccolo otre ed avidamente lo porto alle labbra, mentre l’acqua comincia a scendere fresca, giù, nella gola riarsa, e poi sul viso, madido di sudore e salsedine.
I miei occhi incontrano nuovamente i suoi, mentre silenziosa mi osserva, esile, avvolta dal vento. Una flagranza di spezie addolcisce la mia fatica.
Accenna un lieve inchino e delicatamente si volge a riprendere il cammino che l’aveva portata a me, nelle sue vesti danzanti color della notte.
Il mio sguardo la segue in lontananza, piccola Madonna pietosa, miracolo evanescente disperso nel rumore del mare... Gerusalemme misericordiosa...
Un sorriso distende lento le rughe sul mio volto....ho compreso...
Oggi non è più tempo di andare; il sole rosseggia nella sera incipiente e questo cavaliere è giunto alla fine del suo cammino.
Seduto su di una pietra in riva al mare, depongo la spada e socchiudo gli occhi, mentre alla mente torna l’immagine di quell’angelo silenzioso.
L’odore della salsedine è forte e il vento soffia più intenso in riva all’acqua. I miei pensieri sono liberi di volare con esso, compagni di quel gabbiano, immobile nel vento di marzo.
Le sue raffiche ululanti chiedono di alzarmi e tornare...
Riapro gli occhi e con fatica mi ergo, la pelle brucia di sale e sole.
Indosso la giacca abbandonata sulla sedia, sfilo le chiavi di casa dalla tasca e richiudo il portone.
La mia anima si libra ancora leggera, mentre il motore romba solitario e regolare.
Passo una mano tra i capelli venati di bianco e ripenso agli occhi scuri e ridenti della mia donna, nella silenziosa attesa del mio rientro a casa, per la cena.

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Questa notte soffia nuovamente il vento. Sono solo al buio, dentro il letto della mia camera e odo ancora la sua voce. Le fiamme delle candele accese sopra la mensola si muovono freneticamente come delle vivaci ballerine di teatro e alle volte sembra debbano spegnersi inesorabilmente. A casa mia lui è sempre stato molto presente e molto forte.
La mia casa si trova in un corridoio naturale formato dalle estremità da due catene di montagne che convogliano il vento forte e gelido proveniente dalle montagne francesi. Essendo la prima casa del paese, fa da barriera naturale alle altre abitazioni che si trovano di seguito. Quindi, quando si alza il vento, il rumore che si sente all’esterno dei muri è veramente molto forte e alle volte ho la sensazione che la mia casa deve essere trasportata via così come una foglia secca viene travolta da una folata improvvisa.
Per questo motivo io e la mia famiglia ne abbiamo fatto un’abitudine e il vento non ci disturba più del dovuto, non ci spaventa. Molte persone invece non riescono a sopportarlo, le rende nervose, dà agitazione e un forte mal di testa. Credo che il vento o si odia o si ama. Io non detesto il vento: sono del segno dell’acquario (che al contrario di quanto si immagina spesso è un segno d'aria) e avendo avuto spesso modo di affrontare il vento anche nei miei sogni, ora non lo respingo più. Non provate a combatterlo perché vincerà sempre lui e non accendete mai un fuoco in sua presenza perché lo trasformerà in un incubo.
E proprio questo il modo di vincere il vento: non dovete respingerlo, dovete aprire le braccia verso di lui, chiudete gli occhi e fate in modo che vi passi attraverso con tutta la sua forza. Se farete così lui riconoscerà in voi un amico, risveglierà il vostro animo selvaggio come la natura di cui fa parte e se sarete sufficientemente concentrati, spazzerà via gran parte dei vostri rancori, insicurezze e il passato triste che vi portate nascosto nel cuore.
Al tramonto, ancora oggi quando passeggio lentamente sul bagnasciuga guardando verso l'orizzonte e una leggera brezza mi attraversa i capelli scompigliando la pettinatura, sento un brivido che mi attraversa il corpo dal cervello alle dita dei piedi; io sorrido e ringrazio quel breve istante che mi ha regalato un granello di felicità che non potrà mai essere portato via. Il vento si trasforma così in un tocco divino che allontana il dolore proprio come quando fa scappare verso nuovi cieli i nuvoloni grigi che si trovano sopra di noi.
Il vento vigoroso;
Il vento guerriero;
Il vento coraggioso;
Il vento sincero;
Il vento gagliardo;
Il vento tenace;
Il vento beffardo;
Il vento veloce;
Il vento, così come la nostra vita

gli elaborati saranno inseriti man mano che mi arrivano
Attilio

Autobiografia di un vento (15/X/06)

Ricordo molto bene i miei primi attimi di vita. In alto, sopra pascoli e chiazze di conifere in una giornata di metà ottobre, il sole sulla groppa. Un¹essenza esile e dolce che pareva potersi spezzare da un momento all¹altro. Eppure c¹ero e rimanevo.

E poi un invito a crescere. E una direzione ben precisa: giù lungo una vallata dove gradualmente i pini lasciavano il passo a densi faggeti. Forte fu l¹emozione nel vedere le cime degli alberi secolari muoversi prima lentamente e poi sempre con più forza per causa mia, ancora bambino.

Da adolescente, conobbi i miei primi olivi. Si era insinuata in me una certa arroganza. Mi divertivo a frustarli senza pietà, a vedere i ramoscelli agitarsi avanti e indietro.

Il passaggio all¹età adulta concise con la visione in lontananza della distesa apparentemente infinita del mare. Maturità e libertà. Sicuro e costante scorazzavo sulla distesa blu e mi divertivo a mettere in diffcoltà i pescherecci, ma anche ad aiutare le poche barche a vela. Mi faceva piacere essere sfruttato.
Ma anche quella libertà doveva finire. Come tutto, cominciavo a comprendere.

Un giorno mi svegliai vecchio. Fu quando mi trovai di fronte a una terra arsa e brulla. Le conifere, i faggeti, gli olivi erano persi nel passato. Potevo al massimo giocherellare con qualche palmeto solitario.

E poi, un altro mare, questa volta giallo. Fui qui che lentamente, ma inesorabilmente, persi le mie forze. Dopo aver sollevato un cumulo fragile di sabbia in cima a una duna, mi spensi in una vallata senza vita, mentre vedevo arrivare tranquilla una colonna di dromedari cavalcati da umani con abiti e turbanti blu.

2° racconto - Morte in Arizona (20/X/06)

Ero stanco del calore del deserto. Veramente eccessivo. Man mano che avanzavo al di sopra della distesa, in parte sassosa, in parte sabbiosa, punteggiata da cactus e cespugli secchi, diventavo più caldo. Un vero inferno.

Una piccola catena di alte colline spezzata da canyon attrasse la mia attenzione. M¹infilai in una vallata stretta e lunga dove, già a metà pomeriggio, si potevano notare degli abbozzi d¹ ombra. Ma anche lì la calura continuava.

Mi ero arreso, ormai, al fatto che avrei dovuto aspettare il crepuscolo per trovare un po¹ di sollievo, ma anche a quel punto mi sarei trovato ai piedi delle Montagne Rocciose e il problema si sarebbe risolto automaticamente.

Arrivato in fondo al canyon ero pronto ad alzarmi e superare le colline, sapendo ciò che mi aspettava: ore e ore di deserto infuocato. Ma ecco che mi si parò davanti un¹enorme buco nero.

Mi addentrai nella caverna e trovai quasi subito quello che cercavo: una perfetta frescura. Man mano che avanzavo, con il diminuire della luce, la frescura diventò freddo. Alle mie spalle un bagliore sempre più indistinto.

Mi colpì il suono che il mio procedere nella caverna dalle pareti levigate creava: melodioso prima, ma poi gutturale.

Piano piano il suono si affievolì e improvvisamente fui circondato da freddo intenso, oscurità totale e silenzio assoluto. E così terminò la mia breve vita di vento.

Irmela
Io sono il vento

Che gioia quando arriva il mio, proprio il mio tempo che mi spinge a mettermi in gioco con tutti i miei figli e fratelli!

Il mio regno è il cielo e da lì inizia la nostra azione, insieme agli amici: il SOLE e l’ARIA. L’ACQUA e le ROCCE della terra ci vengono incontro e via >>> via >>> la festa del grande scuotimento si realizza!

Quei poveri esseri umani che ci temono sono quelli che preferiscono che tutto resti fermo. Chi sa di che cosa hanno paura?

Noi mettiamo alla prova la f e r m e z z a, la p e r s e v e r a n z a, la s o l i d i t à e la r e s i s t e n z a di tutti e di tutto e lasciamo cadere e crollare quello che non tiene più.

Venite t u t t i, lasciatevi
r i n f r e s c a r e, a t t r a v e r s a r e, s f i d a r e e
i n c o r a g g i a r e…!

Questo è il mio d o v e r e e il mio p i a c e r e .

Grazia

In acqua le barche sono tutte pronte, oggi è un grande giorno per questi uomini che si sono preparati da mesiper una gara che si svolge in acqua, ma il grande protagonista è lui, il vento. L'uomo ha studiato tutto; la barca è perfetta le vele sono issate grande attesa aspettano solo lui. Arriva con calma, quasi annoiato poi sembra che si diverta a vedere quelle vele gonfiarsi e le barche correre sull'acqua e allora soffia con vigore e pare proprio di immaginare un gigante che gioca

Anna

Il vento (18/x/06)

E' accaduto all'improvviso che in una sera d'estate si alzasse impetuoso il vento.
C'era in effetti una calma strana, come di attesa e lui è arrivato.
Ha portato grande scompiglio, le finestre e le porte delle case hanno incominciato a sbattere e fuori sul prato, tutto ciò che non era ancorato volava, trascinato dai mulinelli d'aria.
I bambini sono stati richiamati all'interno dopo che le finestre e le porte hanno sbarrato la strada al vento.
Grandi goccioloni hanno incominciato a cadere e la campagna assetata fu grata a chi aveva portato le nuvole e la pioggia, in quella tranquilla sera d'estate.

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Vento (15/10/06)

Vento impazzito
t utto ti segue...
Vento immobile, nascosto, buffone...
Vento trasportatore... trsparente...
Se metto le ali e mi affido che ne fai di me?...T'AMO...
Bianca

D'accordo, accetto, mi accingo a incontrarti, mi sento pesante, rigida...
per l'occasione indosserò il mio mantello blu...mi porterà fortuna...
Ma dove sei?... Chi mi ha fatto questa carezza?...
Il cielo è di poco più chiaro del mio mantello è quasi un'unica tinta, attorno muovono solo gli oggetti leggeri... aspetto... procedo nelle mie incombenze; mi sento ansiosa di provare emozioni nuove con te... prendo coscienza che devo abbandonarmi, aprirmi, lasciare andare le mie vergogne, le paure, non trattenere.

Desisto, m'affido alla musica... m'immetto in un sogno dove alle mie spalle un nitido strillo di falco e di lì a poco mi compenetra un vento impetuoso, trasportatore, non riesco ad aprire le mie ali...mi sento frenare, quasi volessi io dirigere.
All'improvviso mentre mi presto si uniscono il vento, tuoni e acqua scrosciante, anche altri animali attorno emettono le loro voci; ho tutte le ali bagnate, mi fermo per ripararmi sotto un casolare, un cane mi abbaia, riparto, il cielo è sempre più cupo.
Quasi con la stessa tempestività tutto si attenua, anch'io dopo essermi scrollato di dosso l'acqua posso tornare a planare lasciandomi trasportare da te spirito del vento.
Discendo a valle lungo un torrente di montagna, incontro tanti alberi, prati verdi, distese di fiori di ogni colore, gli animali tornano tranquilli a
ll'aperto.
Comodo questo larice bianco per un meritato riposo, mi riscaldano i raggi tiepidi del sole, che piacere, il cielo è biancastro.
Giunge un odore, in lontananza vedo del fumo, c'è qualcuno intento a fare fuoco; quasi quasi mi avvicino, ecco, che bel castagno e che piacevole scoppiettio, c'è un vecchietto che cuoce le caldaroste e dei bimbi che giocano a nascondino, li osservo divertito, mentre ascolto la musica che emette il fuoco, mi rilassa ho quasi sonno, quante faville si dissolvono nell'aria.
Volto lo sguardo a valle e scorgo nel cielo un ponte colorato anche i bambini lo vedono e iniziano a gridare l'arcobaleno, l'arcobaleno.
L'occhio mi cade su qualcosa che si muove, mi precipito, in picchiata le plano a fianco è un gatto grigio-blu, molto intreprendente. Il venticello del meriggio che sta per giungere a termine mi scompiglia le piume, non vedo bene......spicco un volo raso terra, ma giungo in contemporanea con il gatto che con un'unghiata non voluta mi graffia.

Resto immobile, non mi riesce più di volare, ma il gatto grigio-blu quasi per magia mi porge un topolino, sorpreso per quel singolare gesto chiedo: " ma tu chi sei?"
"sono mago vento. ABC la magia eccola qui". Mi trovo in una spirale ciclonica, innaspettata e fulminea, mi sento trasportare con il vento in poppa e continuando il ghiribizzo sogno mi avvedo in un accurato giardino di campagna schiva un pò pensierosa, forte e delicata con una moltitudine di petali bianchi leggermente frastagliati e tondeggianti, al centro un grande bottone di pistilli gialli.
Attorno a me disposte su altri steli tante peonie fiorite;
mi lascio cullare dalla brezza mattutina che mi asciuga quelle gocce di emozionante ruggiada.
Quante magie, quante trasformazioni se mi lascio attraversare da quell'amore che attimo dopo attimo conduce all'AMORE.


Elisa

Vento (15/X/2006)

Era immobile l'aria del mattino, tanto immobile che l'aroma del caffè appena appena salito, non riusciva ad inondare la casa, come era uso fare.
Questa immobilità si spostava e permeava cose e persone e animali e fiori recisi nel vaso e fogli sul tavolo e vestiti e tende.
Tutto appariva pesante ed i movimenti si protraevano lenti senza mai arrivare ad essere compiuti del tutto.
Sospesa nel nulla, a mezz'aria, questa sensazione di noia densa e fatica ed inutilità.
Una donna, seduta di lato su una sedia in cucina, il gomito appoggiato quasi del tutto sul tavolo, sorseggiava lentamente il caffè amaro da una tazzina bianca e blu.
Ad un tratto il panno appoggiato sulla sedia prese ad ondeggiare, il profumo del caffè a spandersi, la tenda emise in gemito.
Fuffi rientrava dal suo giro notturno, schiudendo la porta della cucina e facendo finalmente entrare il vento del mattino incipiente di quella piena primavera.
Sorrise la donna e mise un generoso cucchiaino di zucchero nel caffè prima di finirlo.
Si alzò, si riavviò con decisione i capelli e respirando a pieni polmoni andò a stendere il bucato al sole ad al vento.


Patrizia

VENTO
Luisa era una bella bambina, capelli di seta e occhi neri, giocava ,saltava e sorrideva ma non sapeva parlare, nessun suono era mai uscito da quella bocca.
Ci avevano provato in tanti: papà , mamma, nonni ,insegnanti e i migliori specialisti, ma non un sibilo usciva da quelle labbra.
Un pomeriggio, di ritorno da uno dei tanti viaggi alla ricerca delle parole, finito, anch'esso, senza alcuna speranza, Luisa cominciò ad agitarsi, il nonno si spaventò e si fermò sul bordo della strada, davanti a loro il mare e la spiaggia. Il nonno aprì la portiera e Luisa scappò via veloce verso la sabbia.
C'era una grande mareggiata e il vento si era rienpito di invisibili gocce strappate al mare.
Il nonno la guardò correre, sembrava volare anche quando era ferma, come i gabbiani che trovata una corrente si lasciano portare immobili nell'aria,lei porgeva il suo viso come per prendere un bacio.
Da quel giorno, quando sente il vento bagnato Luisa si fa portare alla spiaggia ed è bello guardarla perchè solo lì sembra parlare mentre corre e si lecca le labbra salate.
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